Artbrut PDF Stampa E-mail

Per comprendere il valore della collezione “G. Marro”, è necessario soffermarsi sul concetto di Art Brut.

In proposito è molto interessante il testo di J. Dubuffet1 (1901-1985) I Valori Selvaggi del 1971, in cui l'autore contrappone l'arte "culturale" a quella ritenuta "inculturale" ovvero grossolana e selvaggia che esprime in modo istintivo e immediato le sensazioni interiori.

Quest’ultima è l’arte che Dubuffet ritiene Art Brut.

Se comunque, da una parte, si può trovare discutibile l’avversione dell’autore per l’arte tradizionalmente accettata, tuttavia dall’altra, si possono trovare interessanti le sue idee riguardo le opere realizzate da persone emarginate, come paranoici, malati mentali, non colti, che lui definisce artisti irregolari. E’ altrettanto interessante, inoltre, la sua idea riguardo la follia, della quale scrive: “Io non riesco affatto a cogliere il punto a partire dal quale l’arte cessa di essere sana e comincia ad assumere il carattere di produzione morbosa, e temo che questa frontiera fra arte sana e patologica svanisca quando si guarda alla questione un po’ da vicino. In effetti i meccanismi psicologici da cui deriva ogni creazione artistica sono tali, almeno mi pare, che bisogna o classificarli tutti una volta per sempre come casi patologici, considerando l’artista senz’altro uno psicopatico, oppure allargare la nostra concezione di quel che è sano e normale arretrando le frontiere sino a comprendere l’intera follia” (Dubuffet J., 1971). L’autore dichiara inoltre di non considerare la follia come forma di malattia in sé, ma come mezzo che ogni uomo possiede per spezzare le inibizioni prodotte dalla società e far sì che la parte “selvaggia” emerga e divenga espressione spontanea ed immediata dell’intimo. Da qui il suo interesse verso produzioni artistiche di emarginati e alienati, sul modello di quelle che fanno parte del Museo di Antropologia ed Etnografia.

Come si è potuto osservare si tratta di manufatti in gran parte elementari, puerili e semplici, che a volte arrivano a possedere davvero un senso artistico come la scultura del “Nuovo Mondo” di F. T.

E’ una collezione molto eterogenea di reperti, ma tra essi si può comunque cogliere un filo conduttore comune. Innanzitutto osservando nell’insieme gli acquerelli, i quadri e i tessuti ricamati si può notare una notevole presenza del colore, usato a tinte vivaci e molto forti che riempiono le opere di vitalità. Questo è evidente soprattutto nei tessuti ricamati, i cui fili, che hanno subito meno le conseguenze del deterioramento del tempo, hanno mantenuto colori brillanti. Questo ampio uso del colore e la creazione di immagini semplici, puerili e fantasiose, ricordano molto i disegni infantili, ma a differenza di questi ultimi, i reperti analizzati sembrano possedere spesso un velo di malinconia, espressione forse di una consapevolezza della diversità, dell’abbandono da parte della società e delle proprie famiglie. A volte, inconsciamente, gli autori fanno trasparire nelle loro opere il disagio provato verso la loro malattia, verso i trattamenti subiti, verso lo stato di emarginazione in cui vivevano.

Per questo, in certi casi, l’impiego di colori così vivaci contrasta con un significato molto più cupo dell’opera, come accade, per esempio nel reperto denominato Mazzo di fiori ricamato su stoffa dove il colore giallo-oro dei fiori è associato al significato di morte, come l’autore stesso spiega: “fiori della caduta dei cari”.

La natura e l’uomo sono i temi dominanti delle rappresentazioni, resi in modo stilizzato o più o meno realistico. Compaiono anche molti riferimenti alla magia ed al mondo delle fiabe e si è potuto inoltre intravedere come in alcuni reperti si manifesti il desiderio, da parte degli autori, di voler realizzare una nuova realtà, con figure umane più evolute e perfette, legate al mondo della natura e al mondo animale, come ne Il Nuovo Mondo, dove egli cerca di creare un nuovo cosmo lontano dalla corruzione. Solo Il Nuovo Mondo può vantare di un’analisi approfondita condotta dal Prof. G. Marro in Arte primitiva e Arte paranoica (1913).

Un altro esempio è l’opera di M. B. Il Mondo in Rivista dove nelle sue cartoline riassume tutto il mondo, dominato da creature bizzarre e fantasiose, e dove gli uomini sono spesso resi zoomorfi, come l’immagine di un essere umano con il corpo da cavallo e le ali. Vi è sempre qualcosa di primitivo e istintivo in queste opere, i volti sono spesso stilizzati, piatti, somiglianti per lo più a maschere grottesche o caricature. Pochissimi fanno riferimento alla vita che si conduceva nell’Istituto, solo gli acquerelli di O. B. riproducono questa realtà, testimonianza di una condizione che evidentemente egli pativa. E’ anche l’unico autore che rappresenta oggetti, luoghi e persone in modo più realistico. Gli acquerelli di O. B. risultano contenere ben poco di quell’aspetto rudimentale e grossolano caratterizzato spesso da immagini piatte, sproporzionate, prive di riferimenti spaziali: questi sono forse i reperti che meno si possono definire “selvaggi”. Dubuffet riteneva infatti che “soltanto in quest’ART BRUT si trovano i processi naturali e normali della creazione artistica nel loro stato puro ed elementare” (Dubuffet J., 1971).

1 Fu uno dei più importanti artisti esponenti dell’ “Informale Materico”, linguaggio pittorico diffusosi in Europa negli anni ’40-’50 del Novecento, che ebbe come città fulcro, Parigi.

 
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